Règia Aeronautica, Cobelligerante o Nazional rapubblicana è sempre una grande storia da raccontare

Le Origini e i Palloni Frenati (1884-1894)

Nel 1884 il Ministero della Guerra autorizzò la costituzione di un Servizio Aeronautico presso il 3° Reggimento Genio a Roma, un reparto inizialmente dedicato agli aerostati da ricognizione. Il 23 giugno 1887 venne promulgata la prima legge aeronautica (la n. 4593), che istituiva e regolamentava la Compagnia Specialisti del Genio, destinata, tra le altre cose, all'uso dei palloni frenati. Il primo pilota militare di aerostato fu il capitano Alessandro Pecori Giraldi, comandante della Compagnia stessa.

Il battesimo del fuoco avvenne in Eritrea tra il 1887 e il 1888, dove vennero impiegati tre palloni per la ricognizione delle posizioni avversarie. In seguito al successo di queste applicazioni, nel 1894 la Compagnia venne trasformata in Brigata.

I Primi Voli Liberi e l'Era dei Dirigibili

Il primo pallone libero fu costruito dal capitano Maurizio Mario Moris a proprie spese, basandosi sui piani di costruzione del tenente Cesare del Fabbro. L'11 giugno 1894 il mezzo compì il suo primo volo decollando dai Prati di Castello, a Roma, con a bordo gli stessi Moris e del Fabbro, entrambi privi di precedenti esperienze di volo.

Tuttavia, l'aerostato puro restava un mezzo difficilmente governabile. Una soluzione più efficace era rappresentata dal dirigibile (chiamato così proprio perché direzionabile), una macchina "più leggera dell'aria" dotata di motori a elica e timoni aerodinamici. Nel 1904, assunto il comando della Sezione Aeronautica della Brigata Specialisti, il maggiore Moris incaricò i tenenti Gaetano Arturo Crocco e Ottavio Ricaldoni di studiare un prototipo di dirigibile. Presso la caserma Cavour di Roma vennero eseguite le prime prove sperimentali su modelli in scala e condotti studi di fluidodinamica. Il primo dirigibile italiano, il Crocco-Ricaldoni N. 1, volò il 3 ottobre 1908.

Per sostenere queste ricerche, nel 1906 venne messo a disposizione della Brigata un assegno straordinario di 425.000 lire. Questo fondo andava a integrare il bilancio mensile di 50.000 lire (una cifra esigua per le reali necessità del reparto) e i modesti contributi stanziati dalla Regia Marina.

L'Avvento dell'Aeroplano e la Scuola di Centocelle

Nel frattempo si faceva strada un mezzo rivoluzionario: l’aeroplano. Anche in Italia nacquero diverse iniziative e nel 1909 fu fondato il Circolo Aviatori, presieduto dall'attivissimo maggiore Moris. Quest'ultimo riuscì a portare in Italia Wilbur Wright con uno dei suoi biplani. Tra il 15 e il 26 aprile 1909, sul prato di Centocelle, Wright compì 67 voli, trasportando 19 passeggeri e istruendo il tenente di vascello Mario Calderara, che divenne così il primo pilota brevettato d'Italia.

Quando Wright lasciò Roma, come da accordi, l'aeroplano rimase a Centocelle. Calderara iniziò a impartire lezioni al tenente del Genio Umberto Savoja e, nel gennaio del 1910, il campo divenne ufficialmente la prima scuola di volo militare italiana. A capo del corso fu posto il tenente colonnello Cordero di Montezemolo, mentre il servizio sanitario venne affidato al pilota (e medico) Luigi Falchi. Moris si rivolse a lui con una celebre battuta:

«L'ho scelta non perché lei è medico, ma così si troverà sul campo senza avere l'aria di chi aspetta la disgrazia».

L'Espansione e il Battesimo dell'Aria (1910-1911)

A causa dei limiti strutturali del campo di Centocelle, la scuola venne presto chiusa per l'aviazione militare, che preferì aprire due nuovi centri: uno ad Aviano (Udine) e l'altro a Cascina Malpensa (Varese). Grazie al crescente interesse, nel 1910 l'Esercito rese indipendente la Brigata Specialisti, affidandola al tenente colonnello Moris.

I vertici delle Forze Armate credettero molto nella nuova arma aerea. La legge n. 422 del 10 luglio 1910 e il successivo Regio Decreto n. 944 del 28 ottobre stanziarono i fondi per i materiali di volo e l'assistenza, mentre la legge n. 515 del 17 luglio e il decreto del 9 agosto 1910 ne stabilirono l'ampliamento e la struttura organica. Inizialmente era stata prevista una spesa di ben 25 milioni di lire, cifra ritenuta però insostenibile dal Ministero del Tesoro e ridotta a 10 milioni. Ciononostante, la relazione congiunta del Ministro del Tesoro (l'onorevole Tedesco) e di quello della Guerra (il generale Spingardi) chiariva espressamente che l'organizzazione aeronautica si sarebbe ulteriormente ampliata negli anni a venire.

Il 28 ottobre, contestualmente alla trasformazione della Brigata Specialisti in un Battaglione autonomo di otto compagnie, venne formalmente costituita la Sezione Aviazione. La prima vera occasione per testare l'efficacia dei nuovi mezzi si presentò nel 1911, durante le manovre estive del Regio Esercito in Piemonte, per le quali il Battaglione Specialisti mise in campo otto aeroplani, due dirigibili e due aerostati.

Il 29 settembre 1911 l'Italia dichiarò guerra all'Impero ottomano e, per l'occasione, venne mobilitato anche il Battaglione Specialisti. Il 2 ottobre avvenne il primo sbarco dei fanti di marina, protetti dalla flotta schierata davanti a Tripoli. Il 15 ottobre giunse sul posto anche la componente aeronautica, costituita da 11 piloti e 30 uomini di truppa (coadiuvati da un tenente e un sergente di riserva), con una dotazione di nove aeroplani: due Blériot XI, tre Nieuport IV G, due Etrich Taube e due biplani Farman.

Il loro compito principale era compiere ricognizioni oltre le linee per rilevare l'entità e gli spostamenti delle forze nemiche. La prima missione bellica della storia fu compiuta il 23 ottobre dal comandante della spedizione, il capitano Carlo Maria Piazza, a bordo di un Blériot; lo stesso giorno, il capitano Riccardo Moizo decollò per la seconda missione a bordo di un Nieuport.


Lo stesso capitano Moizo riportò, due giorni dopo, le ali del velivolo forate da tre colpi di fucile: fu la prima azione di fuoco documentata contro un aeroplano. Il 1° novembre 1911, il sottotenente Giulio Gavotti lanciò a mano tre granate Cipelli da due chili su Ain Zara e una sull'oasi di Tripoli, compiendo il primo bombardamento aereo della storia.

Gli italiani eseguirono così, per primi al mondo, quasi tutte le operazioni militari che sarebbero poi diventate tipiche dell'impiego bellico aeronautico — come la ricognizione, il bombardamento e la regolazione del tiro artiglieresco —, con l'unica eccezione della caccia, dato che l'avversario non disponeva a sua volta di una componente aerea.

Il 28 ottobre il capitano Piazza eseguì la prima operazione di osservazione e correzione del tiro a favore della corazzata Sardegna contro l'oasi di Zanzur; altrettanto fece il capitano Moizo il 24 novembre, coordinando il tiro di una batteria contro l'artiglieria turca. Il 4 dicembre, l'aeronautica svolse i primi compiti di scorta tecnica e sorveglianza, volando al fianco di tre colonne di fanteria in marcia per verificare che non vi fossero minacce nemiche in avvicinamento.

Anche in Cirenaica operavano le squadriglie nazionali. Presso Bengasi, il 15 dicembre 1911, il sottotenente di vascello Francesco Roberti venne preso di mira, per la prima volta, dall'artiglieria contraerea nemica. Successivamente, il 23 febbraio 1912, il capitano Piazza compì la prima fotoricognizione della storia utilizzando una macchina fotografica Zeiss "Bebé" in dotazione al Genio. Ogni volo consentiva lo scatto di un'unica istantanea: il pilota, infatti, non poteva sostituire la lastra fotografica avendo una sola mano libera, mentre l'altra era costantemente impegnata sui comandi di volo.


I piloti impegnati in ricognizione eseguivano spesso anche degli schizzi a mano libera delle zone d'interesse. Il 4 marzo 1912, il capitano Piazza e il sottotenente Gavotti compirono il primo volo notturno della storia. Poco dopo, l'onorevole Carlo Montù, comandante della squadriglia di volontari civili, divenne il primo ferito in azione dell'aviazione: fu colpito a una gamba dal fuoco da terra mentre volava come osservatore in Cirenaica.

Un'altra importante innovazione logistica nacque nella zona di Sabri, nei pressi di Bengasi: poiché il terreno fangoso impediva le manovre dei velivoli a terra, venne costruita una piattaforma in legno lunga 100 metri e larga 12. Si trattò, con ogni probabilità, della prima pista artificiale al mondo. Su questo fronte, i primati operativi continuarono a susseguirsi: il 2 maggio venne eseguita la prima ricognizione notturna e l'11 giugno il primo bombardamento notturno.

L'Italia pagò anche il suo primo tributo di sangue in un contesto bellico: il 25 agosto 1912 il sottotenente di cavalleria Piero Manzini precipitò in mare subito dopo il decollo da Tripoli per una missione di fotoricognizione, diventando il primo pilota militare italiano caduto in servizio in operazioni di guerra.

Pochi giorni dopo, il 10 settembre, il capitano Moizo divenne invece il primo aviatore prigioniero di guerra della storia: a causa di un'avaria al motore, fu costretto a un atterraggio d'emergenza in territorio controllato dal nemico. Venne infine rilasciato l'11 novembre, a ostilità concluse, dopo aver ricevuto un trattamento cavalleresco e di grande rispetto da parte degli ufficiali turchi.

Il Trattato di Losanna, firmato il 18 ottobre 1912, pose ufficialmente fine al conflitto, sancendo il passaggio della Libia e delle isole dell'Egeo (il Dodecaneso) sotto la sovranità italiana.


La Prima Guerra Mondiale

Quando l'Italia entrò in guerra, un anno dopo l'inizio ufficiale delle ostilità europee, l'aviazione italiana si trovava in condizioni di netta inferiorità rispetto a quella degli avversari e degli altri paesi belligeranti. Il materiale che equipaggiava le squadriglie da caccia, quasi interamente di fabbricazione francese, era per lo più obsoleto. L'industria italiana non aveva ancora prodotto macchine competitive e, per buona parte del conflitto, si continuò a utilizzare materiale proveniente principalmente dalla Francia — come i Nieuport, gli Hanriot e gli SPAD — o velivoli costruiti su licenza.

Facevano eccezione i settori degli idrovolanti da combattimento marittimo, con i Macchi delle serie L e M, e quello dei bombardieri, con gli ottimi Caproni della serie "3". Questi ultimi furono tra i primi velivoli al mondo a essere sviluppati e impiegati specificamente per il bombardamento; la loro prima missione di guerra ebbe luogo il 20 agosto 1915, con un attacco al campo d'aviazione austriaco di Aisovizza.

Sotto l'impulso delle necessità belliche, nel 1916 l'industria nazionale riuscì a produrre ben 1.225 aerei. In quel periodo, i reparti in linea erano composti da 49 squadriglie, così ripartite:

  • 13 da bombardamento

  • 22 da ricognizione

  • 9 da caccia

  • 5 dedicate alla difesa di obiettivi strategici

Solo nel 1918 i velivoli di progettazione interamente italiana cominciarono a essere schierati in prima linea, ma il loro contributo numerico fu minimo. Sempre nel 1918, la caccia italiana venne impiegata seguendo criteri di assoluta novità per la guerra aerea del tempo: gli aerei sferrarono attacchi in formazioni massicce, impegnandosi in duri combattimenti che contribuirono a eliminare definitivamente la minaccia austriaca dai cieli.

Al termine del conflitto, la componente aeronautica del Regio Esercito contava 84 squadriglie, 5 dirigibili e 4 sezioni speciali, mentre l'aviazione della Regia Marina disponeva di 44 squadriglie di idrovolanti e 15 dirigibili.


Francesco Baracca. 
Nasce a Lugo di Romagna il 9 maggio del 1888. Fin dall'adolescenza rivela un carattere forte e coraggioso nonostante sia buono di indole. Decide presto di intraprendere la carriera militare e, nell'ottobre del 1907, viene ammesso alla Scuola Militare di Modena come allievo di Cavalleri
Baracca

Terminato il corso a Modena, risultando fra i primi, viene assegnato al Reggimento Piemonte Reale. Durante la guerra di Libia, dove per la prima volta vengono impiegati militarmente gli aerei, chiede di essere ammesso al corso di pilotaggio. La sua domanda viene accettata e parte per la Scuola di Pilotaggio di Reims, in Francia. Nel luglio del 1912 Consegue il brevetto di pilota. Dopo lo scoppio delle ostilità fra Italia e Austria, raggiunge nell'agosto del 1915 il fronte e viene inquadrato nella 70a Squadriglia. La sua brillantissima carriera sarebbe però iniziata soltanto molti mesi dopo, con la prima vittoria aerea, nell'aprile del 1916.
Nella primavera del 1917, viene assegnato alla neo costituita 91a Squadriglia, denominata in seguito "La Squadriglia degli Assi" e di cui sarebbe stato anche nominato comandante. Il suo coraggio e la sua abilità gli valgono innumerevoli Decorazioni e, alla 30a vittoria, viene proposto per la Medaglia d'Oro al valor militare(. Il 16 giugno del 1918, durante la grande Battaglia del Piave, abbatte gli ultimi due velivoli nemici. Tre giorni dopo, la sera del 19 giugno, la vita di Francesco Baracca si conclude tragicamente sulle pendici del Montello, sembrerebbe colpito da terra, mentre mitraglia le postazioni austro-ungariche in appoggio alla nostra fanteria.
Il Nieuport Ni. 17 col "Cavallino rampante"
 segno distintivo del grande Baracca,
 successivamente divenne il simbolo delle
Scuderie Ferrari.



Fulco Ruffo di Calabria. Nasce a Napoli il 12 agosto 1884 da una nobile famiglia. Il 22 novembre 1904 si arruola come volontario nell'11° reggimento cavalleria leggera "Foggia", nella scuola ufficiali di complemento; caporale nel maggio 1905, sergente a novembre, nel febbraio del 1906 viene nominato sottotenente. 
Ruffo di Calabria.

Parte quindi per l'Africa per conto di una compagnia di spedizioni di Anversa, rientrando in Italia solo nel 1914, quando nel dicembre del 1914 viene assegnato al Battaglione Aviatori. Consegue il brevetto di pilota nel settembre del 1915 e viene assegnato alla 4a Squadriglia di artiglieria, poi 44a. Nel gennaio del 1916 viene assegnato alla 2a Squadriglia, poi 42a, guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare. Adotta in questo periodo come insegne personali un teschio con due ossa incrociate. Nel maggio del 1916 viene inviato a Cascina Costa per la conversione su Nieuport nel giugno del 1916 viene assegnato alla 70a Squadriglia: nell'agosto dello stesso anno ottiene due vittorie che gli portano una medaglia d'argento ed una di bronzo al valor militare. Nel marzo del 1917 diviene tenente in servizio permanente e nel maggio successivo entra nella 91a Squadriglia, che era comandata da Francesco Baracca, guadagnando una medaglia d'argento ed una di bronzo al valor militare. Nel maggio del 1918 viene decorato di medaglia d'oro al valor militare. Assunto il comando di squadriglia dopo la morte di Baracca, lo lascia dopo poco per motivi di salute. Nell'ottobre del 1918 assume il comando del 10° Gruppo, ma già il 29 del mese stesso viene abbattuto vicino Marano. Ha effettuato 53 combattimenti e gli sono stato state riconosciute venti vittorie. Ritiratosi nel 1925 nella sua tenuta di Paliano (FR), è morto a Ronchi di Apuania il 23 agosto 1946. Fulco Ruffo di Calabria è padre dell'attuale Regina del Belgio Fabiola. 
Fonte: Portale dell'Aeronautica Militare http://www.aeronautica.difesa.it/
Il Ni. 17 di Ruffo di Calabria col segno distintivo del "Teschio"


La Règia Aeronautica


L'illusione spagnola e i limiti dottrinali

Dall'esperienza della guerra civile spagnola i vertici della Regia Aeronautica non trassero i giusti insegnamenti: non si valutò appieno l'importanza dell'aviazione tattica e, al contempo, si ignorarono le novità introdotte dalle altre potenze straniere. Un esempio emblematico fu il caccia tedesco Messerschmitt Bf 109 (Me 109), nettamente più veloce delle controparti italiane e tra i pochissimi velivoli in grado di intercettare i bombardieri sovietici Tupolev SB-2 (Skorostnoj Bombardirovščik, ovvero "bombardiere veloce") impiegati dalle forze repubblicane.

Inoltre, l'evoluzione dell'arma aerea italiana fu disorganica e discontinua, caratterizzata anche da un disordinato avvicendamento degli equipaggi. Fin dal 1936 lo Stato Maggiore aveva avviato la cosiddetta "Operazione R" (Rinnovamento), da attuarsi entro il 1940. Il piano prevedeva una linea teorica di:

  • 27 stormi da bombardamento terrestre e un gruppo a lungo raggio;

  • 2 stormi e un gruppo da bombardamento marittimo;

  • 1 stormo da trasporto;

  • 10 stormi da caccia terrestre e un gruppo da caccia marittima;

  • 2 stormi d'assalto (destinati all'appoggio tattico).

L'evidente sproporzione numerica tra caccia e bombardamento derivava da un'eccessiva fiducia nelle doti velocistiche dei trimotori S.M.79, dei B.R.20 e dei futuri CANT Z.1007. Sebbene questi bombardieri fossero assolutamente imprendibili per un caccia biplano come il Fiat C.R.32, erano ormai del tutto alla portata dei caccia monoplani esteri di nuova generazione. A peggiorare il quadro si aggiunse la scelta di adottare troppi modelli differenti di velivolo per le medesime specialità, una frammentazione che ostacolò la produzione industriale e rese drammatica la gestione logistica di ricambi e specialisti.

Verso il secondo conflitto mondiale

Il 31 ottobre 1939 il generale Francesco Pricolo assunse la carica di capo di Stato Maggiore. Poche settimane prima, a inizio settembre, la Germania aveva invaso la Polonia, spingendo Francia e Regno Unito a scendere in campo: era l'inizio della seconda guerra mondiale. L'Italia scelse inizialmente la posizione della "non belligeranza", motivata soprattutto dall'evidente impreparazione delle proprie forze armate. Tuttavia, i travolgenti e rapidi successi tedeschi sul fronte occidentale spinsero Benito Mussolini a cambiare strategia: il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna.

Al momento dell'entrata in guerra, la Regia Aeronautica schierava:

  • 23 stormi da bombardamento terrestre e 2 da bombardamento marittimo;

  • 6 stormi e 8 gruppi da caccia;

  • 1 stormo e 2 gruppi d'assalto;

  • La componente dell'Aviazione per il Regio Esercito (osservazione aerea) e per la Regia Marina (ricognizione marittima).

L'organico complessivo sulla carta era di 3.296 velivoli, ma di questi solo 1.795 erano effettivamente efficienti e pronti al combattimento.

Coccarda alare

La Battaglia delle Alpi Occidentali

Sul fronte francese operava inizialmente la 1ª Squadra Aerea, dotata di tre stormi da bombardamento e tre da caccia. In suo appoggio vennero rischierate anche la 2ª Squadra Aerea e l'Aeronautica della Sardegna, impiegate in azioni offensive contro la Corsica e la Francia meridionale.

In questo contesto, i biplani Fiat C.R.42, pur dimostrandosi macchine agili ed efficaci nel volo acrobatico, evidenziarono forti carenze in termini di velocità e armamento nei confronti dei più moderni caccia d'Oltralpe. A causa della scarsa penetrazione iniziale delle forze terrestri sul suolo nemico, il Comando italiano decise di concentrare gli sforzi dell'arma aerea direttamente sui passi alpini per sbloccare la situazione. Si trattò di un proposito strategicamente poco felice che, come era prevedibile data la natura del terreno e le condizioni meteorologiche, non portò ad alcun risultato concreto.

Nel frattempo, il 22 giugno 1940 la Francia capitolò. La firma dell'armistizio permise così alla 5ª Squadra Aerea, dislocata in Libia, di alleggerire il dispositivo difensivo sul confine tunisino e di concentrare l'intera forza d'urto sul fronte egiziano contro i britannici.


Coccarda di fusoliera


La Campagna del Nord Africa

In questo teatro operativo, la Regia Aeronautica ricevette il delicato compito di contrastare le rapide e profonde incursioni delle colonne mobili britanniche (che si spingevano anche fino a 400 km oltre le linee) all'interno del territorio occupato dagli italiani. Nelle azioni di attacco al suolo contro i commandos britannici vennero impiegati persino i grandi trimotori S.M.79 e, con maggiore successo, i cacciabombardieri Breda Ba.65 (un velivolo da assalto forse accantonato troppo precocemente dai vertici militari) affiancati da alcuni veterani biplani Fiat C.R.32.

I caccia biplani italiani si trovarono fin da subito in difficoltà nel contrastare i bombardieri veloci Bristol Blenheim; tuttavia, quando i britannici schierarono in linea anche i moderni caccia monoplani Hawker Hurricane, la situazione si fece critica e si dovette attendere l'arrivo dei Fiat G.50 e dei Macchi M.C.200 per ristabilire un certo equilibrio tattico.

Sul fronte terrestre, nell'autunno del 1940 l'esercito italiano era riuscito a spingersi fino a Sidi el Barrani, in territorio egiziano; già nel successivo mese di dicembre, però, la vigorosa controffensiva britannica costrinse le forze italiane a una drammatica ritirata dall'intera Cirenaica.

Ecco la versione corretta, storicamente e tecnicamente rifinita, con una migliore fluidità narrativa:

Il Corpo Aereo Italiano (CAI) e la Battaglia d'Inghilterra

In questo teatro, la Regia Aeronautica dovette intervenire ripetutamente per tentare di arginare un avversario che, sebbene inferiore per consistenza numerica, si dimostrava superiore in termini di agilità dei velivoli e qualità dell'armamento.

Anche la decisione politica e militare di istituire il Corpo Aereo Italiano (CAI) per partecipare alla Battaglia d'Inghilterra si rivelò penalizzante. Furono inviati in Belgio due stormi da bombardamento (il 13º e il 43º, per un totale di circa ottanta bimotori Fiat B.R.20) e il 56º Stormo Caccia Terrestre.

L'integrazione con le forze della Luftwaffe si rivelò estremamente difficile: i bombardieri italiani, privi di adeguati impianti antighiaccio e di strumentazione per il volo cieco, non potevano operare con continuità nei rigidi cieli nordeuropei. Al contempo, i caccia biplani Fiat C.R.42 e i monoplani Fiat G.50 si dimostrarono nettamente inferiori per quota di tangenza (la quota massima raggiungibile), armamento e velocità rispetto ai temibili Supermarine Spitfire della Royal Air Force.

Il CAI operò dal 22 ottobre 1940 al 3 gennaio 1941. La maggior parte delle perdite non fu causata dai combattimenti con il nemico, bensì dalle proibitive condizioni ambientali e dalla scarsa cooperazione logistica con le strutture tedesche. Il 10 gennaio 1941 venne infine ordinato il rientro dei reparti in Italia.

Ecco la versione corretta, riorganizzata per evitare ripetizioni (considerando che il blocco sul Corpo Aereo Italiano riprende dati già parzialmente trattati in precedenza) e strutturata per rendere i dati numerici e statistici molto più chiari e leggibili.

L'impegno globale e il bilancio della guerra

La Regia Aeronautica partecipò attivamente a tutte le campagne del secondo conflitto mondiale, operando su molteplici scacchieri: in Africa Orientale, nel bacino del Mediterraneo, nei Balcani, sul fronte dell'Unione Sovietica (con il CSIR e poi l'ARMIR) e, infine, nella strenua difesa del territorio nazionale. Inoltre, tra il settembre del 1940 e l'aprile del 1941, una componente denominata Corpo Aereo Italiano (CAI) venne dislocata in Belgio per operare sul fronte della Manica; questa forza era costituita da 4 gruppi da bombardamento terrestre, 2 gruppi da caccia terrestre e una squadriglia da ricognizione aerea.

Il prezzo in vite umane pagato dall'Arma azzurra nel corso del conflitto fu altissimo: si registrarono 12.000 tra morti e dispersi e oltre 5.000 feriti.

Consistenza organica e limiti industriali

Al momento dell'entrata in guerra (giugno 1940), l'aviazione italiana poteva contare su un organico di 105.430 uomini, tra cui 6.340 piloti. La flotta teorica comprendeva 3.296 velivoli da combattimento, così ripartiti:

  • 1.332 bombardieri

  • 1.160 aerei da caccia e da assalto

  • 497 ricognitori terrestri

  • 307 ricognitori marittimi

A questi si aggiungeva poco più di un migliaio di aeroplani da addestramento. Ciononostante, a causa di gravi carenze logistiche, solamente il 54% della flotta complessiva era effettivamente efficiente e pronto all'impiego bellico.

I velivoli in linea appartenevano a troppi modelli differenti (frammentazione della catena di montaggio) e molti di essi erano già abbondantemente superati dal punto di vista tecnologico. L'industria aeronautica italiana, penalizzata sia dalla cronica scarsità di materie prime sia da evidenti limiti organizzativi e strutturali, non riuscì mai a tenere il passo con i ritmi di produzione e sviluppo delle altre potenze in guerra.

Il collasso industriale e la svolta dell'armistizio

Dal giugno 1940 al settembre 1943 l'industria nazionale produsse soltanto 10.388 aerei, una cifra del tutto insufficiente a compensare le gravissime perdite subite al fronte. Questo deficit fu aggravato dal fatto che la produzione rimase dispersa nella costruzione di troppi modelli differenti, anziché concentrarsi su poche linee di montaggio standardizzate e tecnologicamente valide.

L'8 settembre 1943, al momento dell'annuncio dell'armistizio di Cassibile, la Regia Aeronautica contava ancora su una flotta teorica di circa 1.200 velivoli, ma di questi appena la metà era effettivamente efficiente. Proprio l'8 settembre, nei cieli di Frascati, la Regia Aeronautica compì la sua ultima missione di contrasto contro le forze angloamericane, nel disperato tentativo di intercettare i bombardieri alleati che stavano devastando la città laziale; in quel drammatico scontro si logorò definitivamente l'ultimo nucleo operativo dei suoi stormi.

La divisione dell'aviazione (1943-1945)

A seguito degli eventi armistiziali e della spaccatura politica del Paese, vennero a formarsi due distinte forze aeree italiane, schierate su fronti opposti:

  • Nel Nord Italia: Nacque l'Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR), la componente aerea della Repubblica Sociale Italiana (Salò), che continuò a combattere a fianco delle forze tedesche della Luftwaffe per difendere lo spazio aereo settentrionale dai bombardamenti alleati.

  • Nel Sud Italia: Si costituì l'Aeronautica Cobelligerante Italiana (o Regia Aeronautica Cobelligerante), fedele al governo del re. Questa forza operò a stretto contatto con gli Alleati e, in particolare, i suoi reparti da caccia vennero inquadrati nella Balkan Air Force, compiendo missioni sulla Jugoslavia e sui Balcani e impiegando, oltre ai caccia nazionali superstiti, anche velivoli di fornitura americana come i Bell P-39 Airacobra.



Aeronautica Cobelligerante


Coccarda Tricolore segno distintivo degli aerei cobelligenranti


Questa fu la denominazione convenzionalmente utilizzata per identificare la Regia Aeronautica ricostituitasi nel cosiddetto Regno del Sud (il territorio dell'Italia meridionale liberato dagli Alleati, dove si era rifugiato il re Vittorio Emanuele III). Tale forza aerea operava con equipaggi italiani e una flotta composta sia da mezzi di produzione nazionale e germanica, sia di provenienza alleata, riorganizzatisi all'indomani del proclama Badoglio dell'8 settembre 1943 che annunciava l'armistizio di Cassibile.

Al contrario, la maggior parte dei reparti rimasti nel Nord e Centro Italia — territori sotto il controllo tedesco e dei fascisti che avrebbero poi fondato la Repubblica Sociale Italiana (RSI) — andò a costituire, il 27 ottobre 1943, l'Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR). Questa fazione continuò a operare al fianco della Luftwaffe, assumendosi principalmente il compito di difesa aerea dei grandi centri industriali e delle città del Settentrione.

Sempre alla fine del 1943, tuttavia, l'applicazione formale delle rigide clausole armistiziali impose che ogni velivolo italiano ancora sotto il controllo della Regia Aeronautica venisse trasferito presso le basi gestite dagli Alleati.

Ecco la versione corretta, storicamente rigorosa e fluidificata nella sintassi. Sono state eliminate le ripetizioni del termine "aerei/aeroplani", corretto il refuso "al Guerra" e valorizzato il ruolo del personale tecnico.

Il trasferimento al Sud e la penuria di mezzi

Malgrado le enormi difficoltà — quali la cronica mancanza di carburante, la reazione delle truppe tedesche, la distanza dalle basi dell'Egeo, dell'Albania o della Grecia e la limitata autonomia dei velivoli —, ben 203 aeroplani italiani (di cui 39 caccia, 117 da bombardamento o trasporto e 47 idrovolanti) riuscirono a ridecollare e ad atterrare negli aeroporti controllati dagli Alleati. La maggior parte di essi, tuttavia, non fu in grado di restare in linea a lungo.

Questi velivoli, uniti a un altro centinaio di mezzi che si trovavano già nei territori meridionali, andarono a costituire una forza iniziale di circa 250 apparecchi efficienti. Molti di questi aerei, però, erano ormai obsoleti per gli standard del 1943 (la stessa Regia Aeronautica ne aveva pianificato la sostituzione prima dell'armistizio) e la situazione era aggravata dal fatto che la totalità delle fabbriche aeronautiche si trovava al Nord, sotto il controllo tedesco.

La rinascita tecnica e la Guerra di Liberazione

Nonostante l'isolamento logistico, il personale della Regia Aeronautica continuò a onorare il giuramento di fedeltà al Re e a rispettare gli accordi presi dal governo italiano con gli Alleati, partecipando attivamente alla Guerra di Liberazione.

In questa prima fase, i veri protagonisti della rinascita dell'Arma azzurra furono i meccanici e gli specialisti: grazie a un paziente e ingegnoso lavoro di recupero, cannibalizzazione e adattamento dei pezzi di ricambio, riuscirono a rimettere in condizioni di volo la maggior quantità di aeroplani possibile.

Successivamente, gli equipaggi italiani vennero addestrati a operare anche con i velivoli di fornitura alleata. I reparti cobelligeranti furono intensamente impiegati in missioni di trasporto, scorta, ricognizione, soccorso in mare e supporto tattico limitato, totalizzando complessivamente oltre 11.000 missioni operative tra il settembre del 1943 e il maggio del 1945.





Aeronautica Nazionale Repubblicana (A.N.R.)



Stemma alare dei caccia dell'A.N.R.



Stemma di fusoliera dell'A.N.R



L'Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR), operante tra il gennaio 1944 e l'aprile 1945, era la forza aerea della neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI). La sua istituzione si deve all'iniziativa del tenente colonnello Ernesto Botto (noto come "Gamba di Ferro"), nominato Sottosegretario per l'Aeronautica il 23 settembre 1943 durante la prima riunione del Consiglio dei Ministri della RSI.

Insediatosi ufficialmente nel suo ufficio al Ministero dell'Aeronautica il 10 ottobre 1943, Botto si trovò di fronte a una situazione estremamente complessa. Le difficoltà principali derivavano dalla totale mancanza di collegamenti e dalle pesanti ingerenze delle autorità tedesche, che si erano già mosse autonomamente sul territorio italiano:

  • Il comandante della Luftflotte 2, il feldmaresciallo Wolfram von Richthofen, aveva già iniziato a requisire i beni della Regia Aeronautica e a radunarne il personale con l'intento di incorporarlo direttamente nelle file della Luftwaffe.

  • Il feldmaresciallo Albert Kesselring, a sua volta, aveva nominato il tenente colonnello italiano Tito Falconi "ispettore della caccia italiana", affidandogli il compito di rimettere i reparti in condizione di combattere sotto il controllo tedesco.

  • Per giunta, lo stesso von Richthofen aveva scavalcato i vertici repubblicani nominando unilateralmente un generale tedesco (Müller) come comandante dell'aviazione italiana.

Nonostante queste forti pressioni volte a subordinare i piloti italiani ai comandi germanici, l'ostinazione di Botto permise la nascita di una forza aerea autonoma sotto bandiera italiana, che assunse ufficialmente la denominazione di ANR nei primi mesi del 1944.

L'approvazione di Hitler e i primi reparti (1944)

Tra reciproche incomprensioni, diffidenze e divergenze di vedute, la costituzione ufficiale dell'Aeronautica Repubblicana dovette attendere l'autorizzazione personale di Adolf Hitler, giunta a novembre, dopo che le proteste ufficiali di Botto avevano risalito l'intera scala gerarchica tedesca.

Nel gennaio del 1944 iniziò così la formazione dei primi reparti operativi. Inizialmente venne costituito un gruppo per ciascuna specialità, affiancato da una squadriglia complementare:

  • Caccia: equipaggiato con i monoplani Macchi M.C.205 Veltro;

  • Aerosiluranti: dotato dei trimotori Savoia-Marchetti S.M.79;

  • Trasporto: incaricato del supporto logistico.

Dal punto di vista strategico e operativo, l'intera struttura dipendeva direttamente dai comandi della Luftwaffe. Successivamente, nel mese di aprile, venne formato un ulteriore gruppo caccia equipaggiato con i Fiat G.55 Centauro.

La transizione ai velivoli tedeschi e il logoramento

Nel giugno dello stesso anno iniziò il passaggio ai caccia tedeschi Messerschmitt Bf 109 G-6. Questi velivoli avrebbero dovuto armare anche il neonato 3° Gruppo Caccia "Francesco Baracca", il quale, tuttavia, non divenne mai effettivamente operativo.

Questa espansione della linea da caccia fu determinata sia dal progressivo disimpegno della Luftwaffe dal settore meridionale, sia dai buoni risultati tattici conseguiti dall'ANR nei primi mesi di vita. Ben presto, però, questa tendenza positiva si invertì: la schiacciante superiorità numerica e tecnologica delle forze aeree alleate si fece sentire e il tasso di perdite umane e materiali cominciò rapidamente a superare il numero di abbattimenti ottenuto dai piloti repubblicani.


Il Gruppo Aerosiluranti "Buscaglia-Faggioni"

Il Gruppo Aerosiluranti "Buscaglia-Faggioni", inizialmente comandato dal capitano Carlo Faggioni, subì gravissime perdite nel tentativo di attaccare la flotta alleata che supportava la testa di ponte di Anzio. Nonostante i numerosi danneggiamenti rivendicati dai bollettini ufficiali dell'epoca, la reale efficacia operativa del gruppo fu storicamente assai limitata: l'unico successo confermato dopo i duri scontri iniziali fu il siluramento di un piroscafo britannico a nord di Bengasi, avvenuto nel periodo in cui il reparto operava dalle basi dislocate in Grecia. Un secondo successo venne registrato il 5 gennaio 1945, quando fu colpito un piroscafo al largo di Rimini.

Dopo la morte in azione di Faggioni, il comando del reparto passò al capitano Marino Marini. Sotto la sua guida, il gruppo compì un celebre e audace raid dimostrativo a lunghissimo raggio contro la piazzaforte britannica di Gibilterra, decollando dalla base di Istres, nella Francia meridionale.

Principali correzioni applicate:

  • Punteggiatura: Eliminate diverse virgole errate presenti nel testo originale, in particolare quella tra soggetto e verbo ("l'unico siluro messo a segno dopo tanto impegno, fu quello...") e quella che spezzava la frase sul raid di Gibilterra ("il raid dimostrativo, che il gruppo fece...").

  • Ortografia e uniformità: Scritto in corsivo e con le maiuscole corrette il nome del gruppo ("Buscaglia-Faggioni"). Uniformata la capitalizzazione di "Nord" per coerenza geopolitica.

  • Stile e Precisione Storica:

    • Sostituita l'espressione un po' colloquiale "fu piuttosto avara di riconoscimenti" con una formula più adatta alla storiografia ("la reale efficacia operativa del gruppo fu storicamente assai limitata").

    • Riorganizzata l'ultima frase per renderla più fluida e logica, anticipando la nomina del nuovo comandante Marini prima della descrizione della missione di Gibilterra, e specificando che si trattò di un'azione ad ampio raggio.

Il Fronte Orientale e il tentativo di scioglimento tedeschi

Il primo gruppo da trasporto (al quale se ne aggiunse un secondo che rimase però limitato alla fase addestrativa) fu impiegato direttamente dalla Luftwaffe sul Fronte Orientale, prima di essere sciolto nell'estate del 1944. In sostanza, anche gli altri reparti subirono la medesima sorte nello stesso periodo: in quei mesi, infatti, i rapporti tra i vertici militari repubblicani e quelli tedeschi erano peggiorati notevolmente. Questa crisi era alimentata anche dai modesti risultati operativi conseguiti dall'ANR, i cui mezzi e piloti risentivano di un logorio ormai insostenibile.

Il feldmaresciallo von Richthofen, pressato dalla necessità di ridurre ulteriormente la presenza aerea tedesca in Italia, pianificò di risolvere la questione sciogliendo d'autorità i reparti repubblicani. Il suo obiettivo era sostituirli con una sorta di "Legione Aerea Italiana", strutturata sul modello di un Fliegerkorps tedesco. Al comando della legione sarebbe stato posto il generale di brigata aerea Arrigo Tessari (il quale avrebbe così lasciato la carica di Sottosegretario all'Aeronautica, assunta dopo le dimissioni di Botto); Tessari sarebbe stato affiancato da uno stato maggiore interamente germanico, permettendo alla Luftwaffe di mantenere il controllo assoluto sulle attività di guerra aerea in Italia.

La paralisi e gli ultimi combattimenti (1944-1945)

Le consuete rivalità interne e le incomprensioni tra le parti bloccarono temporaneamente il progetto di von Richthofen, lasciando di fatto la RSI priva di una forza aerea fino a settembre, quando si riuscì faticosamente a rimettere in moto la macchina organizzativa. Da ottobre 1944 fino al febbraio del 1945 — mese in cui il 1° Gruppo Caccia "Asso di Bastoni" rientrò dall'addestramento in Germania —, il 2° Gruppo Caccia "Gigi Tre Osei" rimase l'unico reparto da caccia disponibile per tentare di contrastare le formazioni alleate. L'arrivo della nuova unità mutò tuttavia di poco la situazione complessiva, caratterizzata da un tasso di perdite umane e materiali sempre più drammatico.

Le ultime missioni di volo operative vennero compiute il 19 aprile 1945, quando i due gruppi intercettarono formazioni della USAAF (United States Army Air Forces):

  • I piloti del 1° Gruppo intercettarono un quadrimotore Consolidated B-24 Liberator impegnato in una missione di rifornimento a favore delle forze partigiane, riuscendo ad abbatterlo al prezzo di un caccia italiano.

  • Il 2° Gruppo mosse invece contro un'ondata di bombardieri; lo scontro si rivelò disastroso poiché i caccia repubblicani, colti di sorpresa e intercettati dalla scorta angloamericana prima ancora di giungere a portata di tiro dei bombardieri, subirono cinque perdite senza riuscire a mettere a segno alcun abbattimento.

L'epilogo e la fine delle ostilità

Nei giorni successivi, impossibilitati a decollare a causa della totale mancanza di carburante e sottoposti alla pressione dei partigiani, i reparti dell'ANR distrussero i propri velivoli superstiti a terra e firmarono la resa.

Fu nell'immediato dopoguerra che si consumò l'ultimo tragico atto: il maggiore Adriano Visconti, stimato comandante del 1° Gruppo Caccia, dopo aver firmato la resa del suo reparto con la garanzia dell'incolumità per i suoi uomini, venne condotto come prigioniero nella caserma del Reggimento "Savoia Cavalleria" a Milano. Lì, il 29 aprile 1945, Visconti e il suo aiutante di campo, il sottotenente Valerio Stefanini, vennero trucidati nel cortile della caserma da un nucleo di partigiani, in circostanze che non sono mai state del tutto chiarite dal punto di vista giudiziario.




Così si conclude la nostra storia. Oggi la Forza Armata si chiama Aeronautica Militare, custode delle tradizioni e dell'eredità morale di quegli uomini che la resero l'"Arma Azzurra": un'arma di poeti, romantici, avventurieri, guerrieri, nobili e gentiluomini. Oggi, gli uomini e le donne che ne fanno parte sono i fieri testimoni di questo straordinario prestigio.