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Giulio Gavotti e il "Manifesto"





di Paolo de Vecchi







L' 8 Novembre 2009 girovagando in internet ho scoperto che sul giornale il "Manifesto" Michelangelo Cocco aveva scritto un articolo intitolato”I padroni della guerra” (Vai all'articolo) nel quale citava il bombardamento che mio Nonno Giulio Gavotti aveva compiuto il 1 Novembre 1911. In questo articolo ho notato che,come troppe volte ormai, vengono raccontati i fatti in modo errato ed incomprensibilmente vengono citati autori stranieri quando giornalisti del calibro di Luigi Barzini o di Luigi Federzoni, assistendo sul luogo, ne scrissero in articoli sui giornali di cui erano inviati: Il Corriere della Sera e il Giornale d’Italia..
Per riportare alle sue giuste dimensioni storiche questo piccolo, ma determinante, episodio della guerra aerea. ho deciso di rendere di pubblico dominio quanto mio Nonno scrisse, in forma di diario quotidiano, a suo padre Ippolito.
L’Italia era entrata in guerra con la Turchia il 29 Settembre 1911. Il 3 Ottobre le navi della flotta italiana che bloccavano il porto di Tripoli aprirono il fuoco contro i forti di quella città e la mattina del 5 Ottobre i marinai sbarcarono prendendo possesso di Tripoli. Il 10 Ottobre i marinai incominciarono ad essere sostituiti da reparti dell’Esercito che nel frattempo erano sbarcati. Il ministero della Guerra aveva anche deciso di inviare un reparto di aviazione denominato “Flottiglia Aeroplani di Tripoli” ed ad essa furono assegnati 11 piloti, 30 uomini di truppa con un sergente e 9 aeroplani. Tra questi vi era il S. Ten. Giulio Gavotti che era già ben noto in Italia per alcune imprese da lui compiute quali la partecipazione al raid Bologna –Venezia-Rimini nel quale si era piazzato secondo dopo il Cap. Carlo Piazza.
La “Flottiglia” si imbarcò a Napoli il 14 Ottobre ed il 15 dello stesso mese arrivò a Tripoli.
Il 24 Ottobre il Cap.Piazza, seguito dal Cap.Moizo, effettuò il primo volo di guerra nella storia.
Il 1 Novembre Giulio Gavotti sorprendendo tutti effettuò il primo bombardamento da un aeroplano.
Ecco il resoconto che scrisse a suo Padre:




1 Novembre. Ho deciso di tentare oggi di lanciare delle bombe dall’aeroplano. E’ la prima volta che si tenta una cosa di questo genere e se riesco sarò contento di essere il primo. Appena è chiaro sono nel campo. Faccio uscire il mio apparecchio. Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione. Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l’altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un’altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio. Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare. Arrivo fin sopra la “Sicilia” ancorata a ovest di Tripoli dirimpetto all’oasi di Gurgi poi torno indietro passo sopra la “Brin”, la “Saint Bon” la “Filiberto” sui piroscafi ancorati in rada. Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l’interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situata sul limitare dell’oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara altra piccola oasi dove avevo visto nei giorni precedenti gli accampamenti nemici (circa 2000 uomini). Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e, l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai soddisfatti.




Riporto qui di seguito gli articoli che uscirono sul Corriere della Sera e sul Giornale d’Italia il giorno successivo:
dal “Giornale d’Italia” del 2 Novembre 1911.







La dinamite dal cielo sul campo turco





Tripoli, 1 Novembre




Volo mattutino
Ormai è una abitudine mattutina, questa dei voli di aeroplani sul cielo di Tripoli. I fragili, rombanti apparecchi, intorno ai quali, durante la notte, vegliano e accudiscono gli specialisti del Genio, escono al primo bacio di sole trascinati a braccia fuori dagli improvvisati “hangars”. Moizo, Piazza, Gavotti e Rossi sono già di bel mattino in tenuta “di volo”. Ispezionano le ali, i carrelli, il motore. S’informano dai soldati delle piccole riparazioni compiute e dell’allestimento, provvedono a quello cui non fu provvisto e finalmente prendono posto entro le metalliche carene; le operazioni di lanciamento sono brevi. L’elica è avviata. L’aeroplano dà un guizzo rapido: scorre per qualche istante sulla sabbia e si solleva poscia sicuro, trionfante, superando in breve l’altezza dei palmizi che circondano l’ampia radura. Il vento violentissimo di ieri si è calmato stamane così da permettere alle nostre torpediniere del cielo di lanciarsi ad ardite ricognizioni per gli impalpabili orizzonti dell’infinito. Non solo: ma come per l’esplorazione strategica, così anche per l’azione direttamente offensiva, i nostri aviatori si sono oggi affermati, primi, nella storia dell’arte bellica. Ed è stato il tenente Gavotti, il più abile fra gli aviatori italiani, che ha voluto e potuto segnare quest’altra pagina gloriosa nel libro d’oro del nostro esercito.




Un pacco misterioso
Stamane, cortesemente, ma con fermezza, un soldato, il quale aveva indubbiamente ricevuto ordini in proposito, ci ha invitati a non avvicinarci, come di solito, al campo di aviazione. Non potemmo comprendere, là per là, la ragione del nuovo “ukase”. Ma con la rassegnazione oramai necessariamente acquisita, ci trattenne dall’insistere e sostammo. Potemmo ad ogni modo osservare, dall’alto della collinetta oltre la quale era proibito il passaggio, che il tenente Gavotti aveva fatto trasportare e issare a bordo del suo “Etrich”un involto d’apparenza misteriosa. L’aeroplano dopo le solite ultime prove di motore, partì velocemente ed in breve si profilò sottilmente nel cielo di un’estrema chiarezza.


Gavotti nel cielo
Poco dopo Gavotti, si alzano a volo il capitano Moizo col suo agile “Bleriot” e poi a brevi intervalli il capitano Piazza e il tenente Rossi. Essi ci avevano espresso ieri la speranza che fra breve gli altri monoplani commessi dal Ministero della Guerra alle officine di Levallois Perret, giungessero a destinazione, così da permettere anche ad altri ufficiali, che già posseggono il brevetto di pilota e qualità più che sufficienti di esploratore aereo, di allenarsi nel volo e di formare così una più numerosa flotta celeste. Passa una mezz’ora. D’un tratto si ode un ronzio; poi un piccolo punto nero, segnalabile appena appare lontano a grandissima altezza e rapidamente s’ingrandisce. Il ronzio quasi impercettibile si fa più manifesto, poi addirittura violento.




Ritorna e racconta
Vediamo l’”Etrich” scendere a fantastica velocità, in volo librato; con abile manovra, a pochi metri da terra la prua si risolleva per abbattersi quindi, ma dolcemente insensibilmente finché il carrello tocchi il molo. Il tenente Gavotti salta a terra: appare raggiante e risponde con visibile soddisfazione alle calorose strette di mano dei colleghi. Comprendiamo ch’egli è riuscito nell’impresa prefissasi. Come, dove, non è dato conoscere pel momento. Lo sappiamo solo più tardi quando, dopo le comunicazioni ai superiori, l’aviatore può narrare anche a noi quanto egli ha compiuto. Ritornano intanto anche Piazza, Moizo e Rossi. L’apparecchio di quest’ultimo, nell’atterrare, urta contro un carretto e subisce un leggero guasto all’ala destra. Partito da quello che pomposamente è chiamato l’aerodromo di Tripoli, Gavotti, recando a bordo del suo monoplano quattro granate a mano, tipo Cipelli, ha transvolato sull’oasi raggiungendo in breve le linee delle nostre trincee presso le fonti di Bu-Meliana. Di qui, avendo esplorato con rapida corsa le dune sabbiose che si stendono oltre i palmeti, l’aviatore si è spinto verso sud est e dopo otto minuti di volo è arrivato sul campo nel quale si sono ridotti i turchi e parte dei loro sussidiari arabi, nell’oasi di Ain Zara. L’acqua di Zara (“ain” in arabo significa acqua, sorgente), è una minuscola oasi a 12 chilometri a sud est da Tripoli e a 6 dal forte Mesri occupato dai nostri. Si eleva a circa 70 metri sul livello del mare, ma è nascosto a chi viene da Tripoli da piccoli monticelli, presso i quali vi è una cava di pietra. Quivi di solito accampano le carovaniere prima di attraversare l’ultima tappa del deserto ed entrare nella Menscia, l’oasi tripolina. Ad Ain Zara, punto strategico, convergono le vie carovaniere del Mesellata e del Gebel Tarhuna e del Gebel Garian. Da qui si diramano due vie verso il mare...la Bu-Melina, l’altra verso Henni e Sciara-Sciat. L’accampamento delle truppe nemiche è circondato da piccole trincee. Poche tende sono erette per ospitarvi gli ufficiali ed i capi. Alcune centinaia di uomini bivaccano sotto i radi palmizi fra fasci di fucili. Alcuni capi di bestiame, frutto di recenti razzie, pascolano l’era che spunta tisicamente presso un piccolo pozzo. L’avvicinarsi dell’aeroplano è segnalato da alte grida.




Le granate sterminatrici
I turchi, come si sa, hanno dato ad intendere agli arabi che i nostri aeroplani sono...genii alati che Allah manda da Costantinopoli per confortare i difensori della bandiera del profeta. Gli arabi dapprima hanno creduto alla geniale...spiritosa invenzione. –Ma oggi – ci dice Gavotti – non ci crederanno più! Quando giunsi presso l’accampamento prosegue il baldo e valoroso ufficiale, mi innalzai così da portarmi fuori di tiro da possibili fucilate; poi iniziai una serie di giri concentrici sull’oasi. L’apparecchio funzionava perfettamente: rallentai alquanto la velocità e, quando mi parve di essere proprio sopra il centro dell’accampamento di Ain Zara lasciai cadere una granata. Il fragore dello scoppio e l’eco confusa di grida feroci giunsero fino a me. Contemporaneamente una scarica di fucileria crepitò senza però che le pallottole raggiungessero e locassero l’”Etrich”. Ritornai altre tre volte sull’oasi e lanciai un’altra granata che gittò maggiore scompiglio nel campo ottomano. Vidi fuggire altre torme di soldati per ogni direzione come impazziti fuggivano specialmente verso la grande cava di pietre come a cercar rifugio dall’improvviso bombardamento celeste. Gettai le altre due granate contro uno stormo di fuggiaschi. Anche gli armenti si sbandarono dal recinto ove erano stati rinchiusi”. La notizia dell’ardito e riuscitissimo esperimento del valoroso tenente Gavotti, reso noto alle truppe da un ordine del giorno emanato dal Comando, ha destato vivissimo entusiasmo nelle truppe.
De Frenzi.











Il Ten. Ing. Giulio Gavotti è nato a Genova il 17 Settembre 1882 da una famiglia ed è tenente del battaglione specialisti genio a Roma. Conseguì il brevetto di pilota su Farman il 3 Dicembre 1910 e compì degli arditi voli su Roma e nel circuito Bologna-Venezia-Bologna, montando un monoplano Etrich si è classificato secondo compiendo il percorso in ore 6.8’ 18’’.



Dissidi fra Turchi ed Arabi



Il primo esperimento nel mondo del velivolo trasformato in tempo di guerra in torpediniera del cielo è un’altra prova dell’ardimento italiano. Paiono confermarsi i malumori fra turchi e arabi, i quali ultimi si dolgono di essere sempre cacciati avanti nei combattimenti, mentre la maggioranza dei turchi si contentano impartire ordini dai posti più sicuri.



dal “Corriere della Sera” del 2 Novembre. Titolo di testa in prima pagina:




Batteria turca che spara dalla collina di Henni su Tripoli
ed aeroplano che lascia cadere quattro bombe sul nemico
Quattro bombe
Lanciate da un aeroplano
Sopra un accampamento turco




Tripoli, 1 Novembre ore 15




(Ufficiale). Notte e giornata tranquilla. I nostri aviatori hanno segnalato la presenza di tre nuclei di nemici di cui si è parlato nei giorni scorsi e nei medesimi luoghi.
Uno degli aviatori è riuscito a lanciare con pieno successo in un accampamento quattro bombe di picrato, tipo Cipelli.







Dal “Corriere della Sera” 2 Novembre a pag, 7




LA GUERRA ITALO – TURCA
Il primo lancio di bombe da un aeroplano
L’attacco dell’aviatore tenente Gavotti contro un accampamento nemico
(servizio particolare del “Corriere della Sera”)
La guerra dall’alto
Gavotti lancia bombe volando




(da un nostro inviato speciale) Tripoli, 1 novembre ore 15.40
Per la prima volta al mondo un aeroplano da guerra ha attaccato il nemico.
Dall’Italia erano giunte granate a mano da lanciarsi dall’alto. Esse sono di tipo studiato per l’aviazione della marina, e sono costruite a Spezia. Consistono in un involucro sferico d’acciaio poco più grande di un’arancio, pieno di alto esplosivo. Una pallina di ferro lasciata libera nello interno, al momento opportuno urta, quando la bomba tocca il suolo, contro il fulminante, provocando l’esplosione. Questa pallina è tenuta ferma da una molla che si deve estrarre all’istante del getto, e la pressione della mano stringe il piccolo cerchio, che mantiene la pallina immobile, nel breve attimo che passa fra l’estrazione della molla e il lancio.
Due esperienze fatte ieri sulla riva del mare erano perfettamente riuscite; l’accensione aveva funzionato esattamente e le esplosioni avevano crivellato di schegge un muro.
Stamane il tenente della brigata specialisti Gavotti, preso il suo astuccio da toilette, vi ha deposto quattro granate. Fissato l’astuccio chiuso con una cinghia al fuselage del suo Etrich, ha messo una bomba in una tasca, in un altra tasca gli inneschi fulminanti ed in un’altra ancora i tappi. Quindi ha preso il volo verso le 8 dirigendosi sull’oasi Ain-Zara, a circa 8 chilometri a sud est degli avamposti, dove sapeva che si trovava un nucleo di nemici.
Infatti su bordo dell’oasi ha visto due masse di arabi, di circa 1500 persone distese col fronte al nord: nell’interno dell’oasi vi erano altre genti e armenti. Roteando a 700 metri d’altezza, il tenente Gavotti ha preso la bomba e, messala tra le ginocchia, vi innestava un fulminante e vi fissava il tappo. Doveva lavorare con una sola mano perché coll’altra doveva manovrare.Passando sopra un gruppo ha strappato la molla coi denti e ha lanciato la bomba al disopra dell’ala destra. Per due secondi, attraverso il fondo di celluloide dell’aeroplano ha seguito la caduta della granata; poi l’ha perduta di vista. Fatto un “virage”, ha scorto una grande nuvola nera e fuga di gente. Ha ripetuto l’esperienza sopra altri gruppi, ma ne ignora l’esito perché la velocità dell’aeroplano lo portava subito fuori del bersaglio e il rombo delle esplosioni non era udibile, soffocato dallo strepitio del motore.
Bisognerebbe andare con due aeroplani; con quello avanti lanciare le bombe e coll’altro di dietro osservare. Ma dallo sparpagliamento del primo gruppo è lecito dedurre un grande effetto, che potrebbe avere anche una decisiva influenza morale durante la battaglia.
Luigi Barzini

Le granate usate dagli aviatori (per telefono al Corriere della Sera)
Roma, 2 Novembre, notte
Le granate di picrato di potassio, di cui il tenente Gavotti ha il primo impiego militare gettandole dall’aeroplano su un nucleo di nemici nell’oasi di Ain-Zara, sono il risultato di lunghi studi e di molteplici esami fatti dal tenente di vascello Carlo Cipelli del silurificio di san Bartolomeo. Il Cipelli rimase però vittima della sua stessa invenzione poiché tre anni or sono, mentre era nel balipedio di Viareggio procedeva alla carica di una di queste granate, il terribile strumento di guerra esplodeva uccidendo l’ufficiale, il collega suo Mazzuoli, ed un operaio del balipedio.

La notizia dell’ardita e riuscitissima esplorazione del tenente Gavotti resa nota alle truppe con un ordine del giorno emanato dal comandante ha destato vivissimo entusiasmo tra le truppe.




Quanto sopra è tratto da una pubblicazione da me curata e intitolata “Giulio Gavotti Un pioniere dell’Aviazione” e che ha avuto una circolazione esclusivamente familiare, ma quanto è successo mi convince sempre più a rivedere il tutto e rendere di pubblico dominio tutti i documenti e le fotografie in mio possesso.





Noi di AeroStoria, siamo onoratissimi di aver tra i nostri sostenitori e collaboratori Paolo de Vecchi, prossimamente il nostro Paolo pubblicherà un libro per dare finalmente il giusto lustro al grande Gavotti, pioniere, asso e leggenda dell' aviazione, " il più grande di tutti i tempi", che quel giorno di Novembre fece si che l'Italia entrasse nella storia dell'Aviazione.